Ines arrivò nel cortile della scuola con il quaderno stretto al petto e gli occhi pieni di vergogna.
Era il primo giorno dopo il trasloco. Sua madre le aveva promesso che avrebbe comprato tutto il necessario appena ricevuto lo stipendio, ma quella mattina aveva potuto darle solo un bacio e dire:
— Oggi fai il meglio che puoi, amore.
Ines si sedette sui gradini, aprì il quaderno e fece finta di scrivere. La pagina rimase bianca. Non aveva una matita.
Gli altri bambini ridevano, correvano, mostravano zaini nuovi. Lei abbassò lo sguardo, per non far vedere le lacrime.
Poi un bambino si avvicinò.
— Non hai niente con cui scrivere? — chiese.
Ines voleva dire di sì, voleva fingere che andasse tutto bene. Ma la verità le pesò troppo.
— No — sussurrò.
Il bambino aprì lo zaino, tirò fuori una matita gialla e gliela porse.
— Prendila. Scrive bene.
— E tu?
Lui sorrise.
— Io ne troverò un’altra.
Ines la prese come fosse un tesoro. Sul legno della matita c’era scritto un nome: Daniel R.
Quel giorno Ines scrisse il suo primo tema. Parlò di una casa piccola, di una madre stanca e di un bambino che le aveva salvato la mattina con una matita. La maestra lesse il testo ad alta voce e, per la prima volta, Ines sentì che la sua voce valeva qualcosa.
Gli anni passarono.
Ines studiò, lavorò e non buttò mai quella matita. La conservò in una scatolina, anche quando ormai era troppo corta per essere temperata.
Vent’anni dopo, tornò nella stessa scuola come direttrice di un programma di borse di studio. Prima di entrare, si fermò al cancello e mostrò la matita al vecchio custode.
— Cerco Daniel R. — disse. — Studiava qui quando ero bambina.
Il custode la guardò sorpreso.
— Daniel Ruiz. Adesso insegna letteratura. È nell’aula in fondo.
Quando Ines entrò, Daniel stava aiutando un bambino senza quaderno. Lei sorrise con gli occhi lucidi.
Posò la matita gialla sulla cattedra.
— Me l’hai prestata un giorno — disse. — Mi hai dato più delle parole. Mi hai dato un futuro.
Daniel la riconobbe subito.
Da quell’anno, la borsa di studio della scuola ebbe un nome semplice:
“La Matita Gialla”.
E nessun bambino rimase più in silenzio solo perché non aveva con cosa scrivere.






